Io che non mangio (e non amo) il cioccolato, con un pizzico di masochismo ho prenotato il mio posto al corso di brownies.
Ci vediamo al Taste of Milano, sabato pomeriggio. (la foto è di Phil Hawksworth)
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Sono tornata a scuola (di cupcake).
E così dopo più o meno un anno, sono tornata a scuola di cupcake.
Stavolta è stata organizzata da California Bakery (che ha appena inaugurato il suo blog) e che ha invitato alcune food blogger (e – chissà come mai… – me) a partecipare a un workshop di decorazione cupcake.
Questa volta mi sono sentita un po’ meno in imbarazzo e soprattutto era un po’ che pensavo al soggetto del mio cupcake con la pasta di zucchero (devo ammettere che la crema di burro proprio non mi piace, quindi i cupcake con il frosting non li calcolo neanche…).
Quindi mi ci sono impegnata moltissimo: ed è ecco il risultato.
E visto che a scuola di cucina ci si va per imparare… ecco cosa ho imparato questa volta (nel post di un anno fa gli insegnamenti che avevo portato a casa dal corso):
- Realizzare la ghiaccia reale da zero è davvero facile: ci vogliono 5 minuti, ma anche molta pazienza poi nell’usarla per decorare la tortina. La punta perfetta è quella da un millimetro. Non sto scherzando!
- Dopo aver ottenuto la ghiaccia perfetta (per farla splendere sono necessarie due gocce di limone aggiunte prima dell’ultima frullata!) potete colorarla come la pasta di zucchero.
- Il miglior modo per “attaccare” la base di pan di zucchero al PanDiSpagna è un velo di marmellata.
- Per attaccare gli altri elementi più piccoli, se non volete usare il CMC, potete usare una misura di zucchero a velo e pochissima acqua, distribuendola con un pennellino. Usatene poca percé secca subito e si vede.
- La pasta di zucchero deve essere sottilissima. Così? No, non così. Ancora più sottile.
In ultimo volevo ringraziare Alessio per avermi invitato, Michela e Francesco per la pazienza e la loro bravura, Paola per aver trottato tutta sera, e tutte la altre ragazze del corso.
Se volete vedere un po’ di foto… eccole.
Ecco invece il decalogo secondo Sara, su Dissapore.com.
Come ti faccio l’arrosto come se fosse pesce.
“Vorrei fare qualcosa di buono una sera a cena per Luca” ho detto a un’amica.
“Qualcosa di semplice, che non ho mai fatto… che ne so… il pesce al sale?”
“E perché non l’arrosto al sale?” dice lei. E mi spiega tutto.
E io ieri sfruttando una giornata di ferie ho messo in pratica.

La ricetta è così facile che a me è riuscita (molto) bene al primo colpo. L’idea è la stessa del pesce al sale: coprire la carne con il sale grosso e lasciarlo cuocere in forno.
I vantaggi sono esattamente gli stessi, appunto: la ricetta è a prova di idiota, dieci minuti di preparazione, un’ora in forno, costo ridottissimo degli ingredienti, nessuna particolare attenzione o ansia da prestazione.
E in più, i succhi della carne si mantengono, il condimento si distribuisce in modo equo, il sale non si sente moltissimo, ma esattamente il giusto.
Se preferite fare un arrosto di manzo, nessun problema, ma risulterà più lenta la cottura all’interno tanto che manterrà il colore rosato, proprio come per il roastbeef.
Ecco come ho fatto io. Sono andata dal macellaio e mi sono fatta dare 800 grammi di lonza di maiale (800 grammi sono effettivamente tanti, noi ci abbiamo cenato in 2 e abbiamo preparato altre due porzioni da freezer). Luca dice che come taglio vada bene anche l’arista.
Ho comprato un chilo di sale grosso.
Sono tornata a casa e – dopo aver acceso il forno a 200 gradi – ho preparato un trito di rosmarino, salvia e timo presi dai vasi sul nostro davanzale.
Al trito ho unito un cucchiaino di curcuma, uno di coriandolo e uno di cumino in polvere, finendo il tutto con un cucchiaio di una fantasia di pepe in grani.
Ho impanato la carne in questo miscuglio e l’ho lasciata riposare per 5 minuti.
Ho riempito il fondo di una teglia larga e con i bordi alti con un dito di sale grosso. Ho messo l’arrosto al centro della teglia e l’ho coperto con il sale grosso. A posteriori ho capito che non serve molto spazio aggiuntivo, quindi va bene una teglia che permetta di coprire la carne, senza che il sale “crolli”.
In forno per un’ora esatta. Poi l’ho lasciato dentro per un’altra ora a mantenersi tiepido.
Attenzione. Io – da vera niubba – mi aspettavo che – per avvisare che tutto stesse procedendo per il meglio – il sale si “caramellasse”, o che comunque modificasse il suo aspetto. E invece no, ed è giusto così. Il vostro arrosto cuocerà statene certe, anche se non sembrerà succedere nulla all’interno del vostro forno.
All’ora di cena ho tolto la teglia dal forno, ho tolto la crosta di sale che si era formata e Luca ha tagliato a fette sottili la carne e lo abbiamo impiattato con contorno di verdure grigliate.
Fi. Ni. To. Buo.no.
Hasta il pollo siempre!
Premessa: questo post non è stato chiesto o sponsorizzato dall’Ente del Turismo di Cuba :-) Però se mai vi venisse in mente, sì merita. Andateci, divertitevi, godetevi al loro calma, il loro rispetto rispettoso, i loro sorrisi, e quella strana cucina che non è propriamente ricca, ma è come l’hombre: sincera.
Non so se sia nei vostri progetti ma in caso stiate pensando a una vacanza a Cuba, ecco quello che dovete aspettarvi dalle cucine.

A Cuba (almeno nella Cuba turistica) si mangiano proteine animali praticamente solo in due forme: pollo e aragosta. Non per forza separati.
Dell’aragosta so poco e nulla (e quindi dico poco e nulla) perché non saprei come descrivervi la cosa se non dicendovi che potrebbe capitarvi di mangiare un’aragosta appena pescata, nel senso davvero appena pescata. Vi basti.
Il pollo te lo servono con mille nomi, l’ordinate semplicemente con un secco pojo (la pronuncia di pollo in spagnolo). Il camerieri vi farà un sorriso ed è fatta.
Non importa quale sia il contorno, alla fine vi porteranno comunque pollo arrosto (anche quando ti dicono che è fritto), con o senza salsa di pomodoro, ma sicuramente con le patate e il riso.
Il pollo è ovunque ed è il re dei baracchini sulle strade, dei bar dell’Avana Vecchia, dei ristoranti di ogni resort.
Alla fine il motto della nostra vacanza è stato: ‘ndo pojo, pojo. Capite bene perché.
